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[08-05-2008]
Documentaristi di tutto il mondo unitevi!
Di seguito riportiamo l'articolo che Marco Visalberghi, Vice-Presidente di Doc/it, ha elaborato esplicando la problematica e le tappe fondamentali della discussione attorno alla libertà di espressione nell'audiovisivo:

Documentaristi di tutto il mondo UNITEVI! E' giunto il momento di rompere le catene che imprigionano il vostro estro creativo e limitano la vostra libertà di espressione!

La vera ragion d’essere del documentario è quella di raccontare e riflettere sulla realtà nelle sue più diverse sfaccettature. La sua missione è di portare alla luce i problemi, le contraddizioni, gli eventi e i personaggi che agitano le nostre società e “creare” un racconto del reale che diventi coscienza critica, luogo di approfondimento e occasione di riflessione.
Ma a dispetto della sua indiscutibile funzione sociale, il documentario si trova a dover fare i conti con una serie crescente di limitazioni ed ostacoli che rendono sempre più difficile e complicata la produzione di opere indipendenti.
La circolazione delle idee, la creazione del consenso e la critica ai valori fondanti delle nostre società, è affidata -in misura sempre più preponderante- alla comunicazione per immagini. A dispetto però della loro centralità, l’accesso alle immagini è sempre più rigido e controllato. Le limitazioni che il documentarista indipendente si trova a fronteggiare sono ormai tali da compromettere lo stesso principio di libertà di informazione e di critica che è alla base di ogni democrazia.
Il paradosso più stupefacente è che l’ostacolo che sbarra la strada ai documentaristi è il Diritto d’Autore. Sì, proprio quel principio conquistato più di un secolo fa, per difendere la creatività intellettuale. I documentaristi oggi si trovano letteralmente tra l’incudine ed il martello, schiacciati tra la necessità di difendere il sacrosanto diritto a vedersi riconosciuta la proprietà intellettuale delle proprie opere e l’impossibilità di svolgere il proprio lavoro.
Facciamo un caso concreto. State filmando il protagonista della vostra storia e questo cammina per strada in attesa della telefonata che cambierà la sua vita. Voi lo sapete, e appena squilla il telefono cominciate a riprendere. Sul suo viso passano tutte le emozioni del mondo, dalla tensione, all’ansia, fino all’incredulità e poi alla gioia irrefrenabile… la sequenza è perfetta! Ma quando siete al montaggio vi rendete conto che sullo sfondo si vedono chiaramente i marchi di alcune grandi multinazionali e a rendere la cosa ancora più spinosa è che proprio quando il vostro protagonista si lascia andare alle esclamazioni di gioia, passa una macchina con la radio accesa e si sente chiaramente una canzone dei Beatles.
Il vostro protagonista è un avvocato che si batte contro lo strapotere delle Corporation multinazionali, e - potete scommetterci - nessuna sarà mai disposta a concedervi l’autorizzazione all’uso del loro logo capitato accidentalmente nell’inquadratura, mentre le case discografiche vi chiederanno per 10 secondi di musica l’equivalente del vostro budget.
Se poi il vostro documentario avesse invece bisogno di citare il lavoro di un illustre artista, o di usare una sequenza tratta da un film, ma anche semplicemente dal lavoro di un vostro collega, vi troverete in una curiosa situazione. Se riuscite a dimostrare che la citazione e “positiva” e il vostro lavoro avrà una buona circolazione, è facile prevedere che otterrete i diritti di utilizzo per pochi soldi se non addirittura gratuiti. Se, al contrario, i vostri intenti sono di “critica” potete stare certi che vi renderanno la vita impossibile.
Quello che è prassi normale per la carta stampata è una utopia quasi inapplicabile per i prodotti multimediali. Vorrei dire di più, le difficoltà maggiori le incontrano soprattutto i prodotti degli “indipendenti”. Le grandi reti televisive hanno ottenuto libertà di azione molto maggiori più o meno concordate e sancite da accordi di scambio reciproco. Libertà che comunque si basano sul concetto che con il ‘diritto di cronaca’ è quasi tutto permesso. Salvo poi sostenere che il diritto di cronaca si applica solo ai servizi giornalistici e “assimilabili” escludendo quindi per definizione, i documentari. Ai documentaristi invece si chiede di avere liberatorie per ogni persona ed ogni luogo, ed ogni musica, con tanto di polizza assicurativa aggiuntiva che copra anche “errori ed omissioni” involontari.
Tutto questo naturalmente in nome del diritto d’autore quello stesso diritto d’autore che era nato per difendere la nostra creatività e le nostre opere, e che ora difende i marchi e i loghi di infinite multinazionali che ridisegnano il paesaggio intorno a noi. Per il futuro delle nostre società è più importante salvaguardare i loghi e i diritti loro garantiti dal copyright, o la libertà di documentare il mondo che ci circonda, di criticarlo, difenderlo, discuterlo? A questo punto sorge spontanea una domanda: il diritto d’autore è uno strumento che difende i documentaristi ed il documentario o invece è diventato un veleno che lo priva dell’ossigeno vitale, uccidendolo lentamente?
La questione è tutt’altro che oziosa o provocatoria. E’ la domanda che si è posta Doc/It quando a Ottobre scorso ha riunito a Roma i rappresentanti di alcune associazioni, autori, produttori, avvocati, per discutere come difendersi dalla tenaglia che rende sempre più difficile, per non dire impossibile, esercitare il diritto di critica. Durante l’incontro di Roma ci siamo subito resi conto che l’argomento era già stato affrontato a livello internazionale e discusso con passione in molte parti del mondo. Soprattutto dai documentaristi americani che forse prima, e più di altri, hanno dovuto affrontare le gravi limitazioni alla loro libertà di azione costituita dal Copyright americano. Diane Estelle Vicari e Michael Doladson, (che si sono succeduti alla presidenza dell’IDA – Indipendent Documentary Association), hanno portato una preziosa testimonianza della loro attività e dei successi ottenuti negli Stati Uniti con l’adozione “unilaterale” da parte dei documentaristi di una serie di norme etiche di comportamento chiamate “Best Practices in Fair Use”.
L’esperienza dei documentaristi americani dimostra che dal momento in cui hanno pubblicamente adottato il nuovo codice di comportamento un numero crescente di opere sono state prodotte grazie al ricorso al Fair Use, le reti televisive hanno iniziato ad accettare e trasmettere tali opere, e alcune compagnie di assicurazione rilasciano la polizza E&O (error & omission) coprendo l’uso di immagini secondo le nuove regole del Fair Use. Ma quello che più conta è che nessuno ha avuto l’ardire di intentare causa contro coloro che applicano questo codice di comportamento, per timore della pubblicità negativa che inevitabilmente avrebbe scatenato l’andare contro la libertà di espressione.
Durante quella giornata di lavoro di Roma abbiamo scoperto che esisteva una grande convergenza di vedute tra i partecipanti, tutti condividevano l’analisi di fondo, ma al tempo stesso tutti concordavano sulle molte differenze che esistono tra un paese e l’altro, e tra i vari sistemi giuridici anche solo all’interno della comunità europea, nella definizione e nell’applicazione del diritto di autore.
Proprio per queste differenze e per l’impossibilità di poter ottenere una armonizzazione delle diverse legislazioni è stata adottata una risoluzione comune che prevede un percorso concordato tra i paesi europei per arrivare ad una “codice etico dei documentaristi europei” che ci permetta di riappropriarci di alcune libertà fondamentali che ci sono state progressivamente erose negli anni.
Il primo passo è quello di sollevare in Europa una approfondita riflessione sul tema della libertà di espressione e sull’istituto del Diritto di Autore e di diffondere attraverso le associazioni di categoria un questionario che ci permetta di raccogliere le opinioni e i diversi punti di vista sull’argomento in modo da elaborare una base comune su cui costruire il codice etico dei documentaristi Europei. A Sheffield durante il Sheffield Film Festival, a Berlino durante la Berlinale poi a Bruxelles e poi ancora a Toronto (dove è stato stretto un patto di collaborazione con l’associazione dei documentaristi Canadesi che si aggiunge a quello già consolidato con IDA l’associazione dei documentaristi americani), è stata presentata ufficialmente la risoluzione di Roma e il questionario. Le varie associazioni di categoria lo stanno diffondendo tra i loro associati e simpatizzanti, il form è già presente sul sito di EDN, e su quello di Doc It è addirittura possibile riempirlo on line. La questione del diritto d’autore è una questione che investe direttamente tutti coloro che hanno a che fare con il documentario e con la libertà di espressione, dall’autore allo spettatore, per cui dateci una mano a raccogliere le vostre opinioni. La compilazione non richiede più di 10-15 minuti.
Le tappe future prevedono di arrivare all’appuntamento di Sunny Side od the Doc il 24 Giugno dove presenteremo i primi risultati del questionario in una assemblea pubblica aperta al dibattito di chiunque voglia intervenire su questa battaglia fondamentale per la libertà di parola.
Sulla base delle indicazioni ottenute con il questionario e della discussione pubblica durante l’Agorà de La Rochelle, Doc It in collaborazione con tutte le associazioni di categoria che si renderanno disponibili, elaboreranno le linee guida delle “Codice etico Europeo: European Best Practices in Fair Use” che potrebbe essere discusso e eventualmente approvato in Italia durante il World Congress of Science and Factual Producers il Novembre prossimo.

Per compilare il questionario: www.documentaristi.it/questionario/1.htm